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Gli Albori della Voce Over nel Cinema Documentario Americano – Parte II

Dopo aver brevemente contestualizzato dal punto di vista storico e culturale i documentari di stampo classico del periodo 1930-1940 e il relativo ricorso a narrazione in voce over possiamo procedere a elencare alcuni esempi e a tentare di fornire un analisi del tipo di narrazione utilizzata in ciascuno di essi.

The Spanish Earth (1936)

Il primo film, in ordine cronologico, che prenderemo in considerazione è The Spanish Earth diretto dal documentarista Olandese Joris Ivens, il quale, a metà degli anni ’30 operava negli Stati Uniti. In questa opera di propaganda politica, Ivens accende i riflettori sul dramma bellico che in quel periodo affliggeva la Spagna. Ivens segue l’operato delle forze in opposizione al  dittatore Francisco Franco , principalmente Comunisti, Socialisti e Anarchici, cercando di mostrare come il Fascismo Spagnolo, Tedesco e Italiano stesse portando la popolazione civile allo stremo. Mentre sullo schermo si susseguono immagini di vita quotidiana di contadini e militari e i loro tentativi di fare fronte alle incursioni aeree nemiche e alla carestia, fuori campo è la voce di Ernest Hemingway a narrare e contestualizzare l’azione filmica. Con il suo timbro graffiante e la sua intonazione autoritaria e velatamente aggressiva Hemingway illustra dettagliatamente ogni singola azione o evento che abbia luogo sullo schermo. La scelta di Hemingway come narratore è anche legata al fatto che lui stesso è autore della sceneggiatura. Oltre, però, al suo ruolo di autore si può forse ragionevolmente supporre che Hemingway rivesta in questa sede anche i panni di uomo militare. Ricollegandoci nuovamente al concetto di autorevolezza trattato precedentemente, è possibile che la vasta esperienza bellica di Hemingway sia, in questo particolare caso, un valore aggiunto a quell’onniscienza che il narratore fuori campo ha già per definizione. Riprendendo, invece, le fila del discorso inerente la ricostruzione di una solida identità americana nel periodo del New Deal, si può tentare di ipotizzare l’impatto che un film di questo tipo potesse avere sul pubblico statunitense. Bensì questo documentario sia ambientato in terra straniera e non presenti alcun tentativo esplicito  di glorificazione filoamericana, si può tuttavia notare come agli occhi dello spettatore americano possa sorgere spontaneo un implicito confronto tra la situazione politica e sociale statunitense e quella europea contemporanea. Porre l’accento sulla morte della democrazia su suolo europeo, spagnolo nella fattispecie, e il concreto rischio di morte che incombeva sulla popolazione, direttamente o indirettamente collegato a tale deriva totalitaria, poneva implicitamente in risalto il valore prezioso dei principi fondanti di libertà sui cui si ergeva la cultura americana, rafforzandone di conseguenza l’identità. Questa riflessione può essere applicata non solo al caso specifico di The Spanish Earth ma più globalmente a tutte le principali opere documentarie del periodo, come sottolinea Jim Leach infatti: ‘The strong popular foundation of documentary culture was essential to Ivens and other leftist filmmakers. For socialists in the era of the Popular Front, mandated to enter the mainstream after years of marginality, and to combat fascism on a mass footing, here was a vehicle for their aims. For socialist filmmakers still too distrustful of monopoly capitalism and the entertainment industry to take on Hollywood, the independent documentary clearly offered an appealing cultural strategy.’

 The Plow that Broke the Plains (1936)

The Plow that Broke the Plains è un cortometraggio documentario del regista Pare Lorentz. La produzione del film fu sovvenzionata dal Governo degli Stati Uniti nell’ambito di una campagna di informazione di massa per promuovere le riforme proposte dal New Deal di Roosevelt. Nel documentario viene mostrata la rapida colonizzazione dell’ampia zona pianeggiante situata al centro del paese e come l’eccessivo e incontrollato sfruttamento agricolo della stessa abbia creato uno squilibrio ambientale risultato nel Dust Bowl, siccità e conseguenti tempeste di sabbia che hanno reso l’intero territorio inabitabile e non coltivabile. La narrazione in voce off fu affidata all’attore Thomas Hardie Chalmers mentre la sceneggiatura fu scritta dallo stesso Lorentz. Come riscontrato nella narrazione di Ernest Hemingway in The Spanish Earth, anche in The Plow that Broke the Plains possiamo notare un impostazione di base velatamente aggressiva nell’intonazione della voce. Il tono utilizzato muta occasionalmente raggiungendo picchi di particolare veemenza durante specifiche scene. Ad esempio, mentre sullo schermo si susseguono immagini che ben rappresentano il potenziale produttivo agricolo americano, la narrazione velocizza il ritmo e il tono della voce si alza mentre pronuncia il lungo elenco di beneficiari dei prodotti agricoli, grano nella fattispecie, americani. Tale ‘performance’ interpretativa da parte del narratore coincide sempre con le sequenze che meglio esaltano la produttività statunitense, quasi a volerne, mediante l’uso della voce, mimarne la forza. In linea generale si riscontra anche in corrispondenza di altre sequenze un ricorso ad un impostazione teatrale della voce. Prendiamo ad esempio il monologo iniziale: il testo narrato ripete quanto scritto nel prologo iniziale apparso dopo i titoli di testa.

400,000 acres of wind-swept grass lands that spread up from the Texas Panhandle to Canada . . . A high, treeless continent, without rivers, without streams . . . A country of high winds, and sun . . . and of little rain …’.

Il narratore dedica una particolare enfasi interpretativa a queste parole, rallentando il ritmo e caricando di intensità la narrazione, quasi come se si trattasse di un testo poetico. Le stesse parole vengono in seguito ripetute un terza volta in corrispondenza della metà del film, e, ancora una volta, Chalmers ricorre alla stessa intensità interpretativa sul medesimo testo.  Nonostante quest’opera abbia un valore di critica nei confronti dell’impatto ambientale causato da alcune politiche, il suo significato intrinseco è comunque edificante verso la forza lavoro americana e le risorse che il territorio offre.

The River (1938)

Un’altra opera di Lorentz con valore critico nei confronti dell’ipersfruttamento di risorse ambientali nazionali è The River. Il film, vincitore del premio come miglior documentario al Festival Del Cinema di Venezia nel 1938, mostra come la massiccia produzione di legname avesse compromesso la foce del fiume Mississippi, causando ingenti danni ad agricoltori e ambiente. L’opera, supportata dal Dipartimento per l’Agricoltura statuintense, illustra anche come alcuni progetti messi in atto dal governo potessero risollevarne le sorti. The River ha molte analogie con The Plow that Broke the Plains. La più evidente è quella che riguarda l’aspetto contenutistico, anche questo film infatti, è un opera che esalta i risultati ottenuti da un certo tipo di politica messa in atto dal governo contemporaneo. Dal punto di vista narrativo la voce over è esattamente la stessa utilizzata nel film precedente, il narratore infatti è sempre l’attore e baritono Thomas Hardie Charlmers, il quale adotta la medesima tipologia di impostazione vocale veemente e autoritaria descritta per il primo caso, ponendo sempre un accento  particolarmente ritmico e interpretativo sui segmenti con contenuti celebrativi nei confronti della forza produttiva statunitense. In ulteriore analisi possiamo sottolineare come sia anche la natura del testo a influenzare la modalità narrativa della voce. Similmente a quanto accade in The Plow That Broke The Plains, infatti, lo script presenta numerosissime anafore, e, come precedentemente accennato, spesso le medesime successioni di anafore si ripetono più volte durante l’arco narrativo. Questa ripetitività insita nel testo, unita alla natura retorica dell’anafora potrebbero essere una delle motivazioni che spingono la voce narrante a porre particolari enfasi interpretative nei suddetti segmenti. 

 The City (1939)

Con fotografia e regia di Ralph Steiner and Willard Van Dyke, The City è un cortometraggio documentario ambientato tra New England, Maryland e New York. Il film mostra come la rapida urbanizzazione a cavallo tra la fine dell’800 e gli inzi del Novecento abbia cambiato radicalmente la vita in città, portando ad un sensibile abbassamento della qualità della vita di tutti i suoi abitanti. Come nei due casi precedenti, anche questo documentario è strutturato in due fasi: la prima metà del film muove una critica politico-sociale mostrando i problemi causati dal compimento di determinate azioni, la seconda metà presenta la soluzione a tali problemi individuandola nelle riforme parte del New Deal. Se nei due casi precedenti ad essere prese di mira erano state politiche agricole e industriali, qui sono quelle di urbanizzazione ad essere messe in discussione. Nella prima metà del documentario viene mostrato come la vita in città sia divenuta poco salubre e frenetica. La conclusione è la proposta di un diverso modello urbanistico basato sulla conservazione e valorizzazione delle aree verdi. Sotto il profilo narrativo ci troviamo davanti a qualcosa che per alcuni versi differisce da quanto analizzato in precedenza. Mentre nei tre esempi che abbiamo fornito fino ad ora la narrazione si è estesa grossomodo lungo tutto l’arco di durata del film, in questo caso possiamo individuare una frammentazione interna in ‘capitoli’ che lascia uno spazio molto maggiore alle immagini. La maggior parte della narrazione è concentrata nella parte iniziale, ovvero le premesse storiche, e quella finale, che descrive i vantaggi della proposta abitativa alternativa in questione.  In tutta la rimanente parte del documentario le immagini sono accompagnate esclusivamente dalla colonna sonora e da rumori ambientali montati su di essa. Il narratore, l’attore Morris Carnovsky, conserva alcune delle caratteristiche che abbiamo analizzato negli altri casi. Il ritmo della narrazione infatti cresce rapidamente raggiungendo un climax di veemenza durante i segmenti in cui viene rappresentata la frenesia e la dinamicità cittadina, ancora una volta, quindi, la voce, tramite l’interpretazione, si fa specchio di ciò che accade sullo schermo e su cui l’autore vuole porre l’accento. A differenza, però, di quanto visto con Charlmers, ma soprattutto con Hemingway, è assente un’impostazione tonale aggressiva in tutta la rimanente parte di narrazione, che risulta invece molto più impersonale e simile a quello che nei decenni successivi diventerà uno stile piuttosto comune nella narrazione in voce over documentaria; un controllo che spazia dalla dizione al tono arrivando persino al timbro, e che allontana sempre di più il narratore da qualsiasi tipo di riferimento umano.

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