l'uomo che rubò banksy

L’uomo che rubò Banksy

Si può rubare l’opera di uno streetwriter? E che cos’è peggio, l’eventualità che venga cancellata o che venga esposta in un museo contro il volere dell’autore? Marco Proserpio ripercorre i passi che hanno portato al furto di un noto lavoro di Banksy, Donkey Documents, tentando di dare una definizione – tra interviste e confronti – ai confini entro i quali un prodotto creativo può essere considerato tale, quando viene inserito in un mercato globale ultra massificato. E quindi, si può rubare un’opera? O meglio, quando si può parlare di furto?

Facciamo un po’ di chiarezza. Lo streetwriter universalmente noto come Banksy si è recato per la prima volta in Palestina nel 2003, al termine dell’edificazione del muro che separa Israele dalla Cisgiordania. Insieme a lui, numerosi altri artisti si sono attrezzati per dipingere la muraglia della vergogna, nell’eventualità che potesse diventare la più grande tela a cielo aperto del mondo. Negli anni seguenti Banksy ha fatto ritorno in Palestina più volte, tappezzando i centri abitati di graffiti e stencil d’ogni tipo.

L’uomo che rubò Banksy: un racconto a tre voci

marco proserpio

Nel suo documentario, Proserpio utilizza in maniera lirica e variegata numerosi narratori, uno su tutti Iggy Pop, voce principale e diegetica. Il nostro cicerone in loco palestinese è invece Walid the Beast, tassista con la fissa per il bodybuilding che, su indicazione del suo principale, l’imprenditore Mikael Kawanati, ha la brillante idea che da Donkey Documents si sarebbe potuto ricavare un discreto gruzzolo per la comunità, vittima da decenni dell’apartheid israeliano. Terza voce narrante è, infine, l’amalgama di pensieri e opinioni dei mecenati e mercanti d’arte di tutto il mondo che, dalla loro casa museo, dalle case d’asta e dai circoli più esclusivi di New York, Los Angeles e Londra, alzano e ribassano i prezzi delle opere.

Quando però si entra nelle dinamiche del diritto d’autore, il regista è bravo a limitarsi a porre domande  lasciando libero dibattito al pubblico spettatore. L’interrogativo al quale si dovrebbe trovare risposta è infatti un altro: siamo sicuri di aver bisogno di ulteriori database (digitali o museali) per salvaguardare delle opere che sono effimere, per definizione stessa e per il contesto urbano e/o architettonico? Non si parli di salvaguardia, bensì di speculazione. Poco importa che questo accada negli Stati Uniti, in Europa o in Medio Oriente (un esempio lampante lo abbiamo avuto anche a Bologna in occasione della mostra Banksy e Co.), l’opera d’arte assume un significato differente a seconda del contesto storico, politico e culturale nel quale viene inserita e con essa, le suddette dinamiche di mercificazione. Se di Arte in senso proprio si può ancora parlare. Ma questa è un’altra storia.

 

Lorenzo Tore