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Cuando el futuro perdió el miedo

La storia del Guatemala non è un capitolo molto noto del grande libro del Centroamerica, un libro fatto di lotte per l’indipendenza, massacri, dittature militari, stermini, razzismo, violenza di genere, con conseguenze tangibili che permangono e si ripropongono nell’attualità.

Nell’ambito della ultima edizione del “Terra di tutti Film Festival”, viene data voce a questa storia attraverso il racconto che ne fa Jordi Ferrer nel suo “Guatemala. Cuando el futuro perdió el miedo”, documentario presentato al pubblico nell’ottobre del 2016.

Partendo da un ritratto dello scenario di oggi, con un breve focus sulle notizie di cronaca, il regista si interroga su questa continuità con un passato pregno di dolore per il popolo guatemalteca, soprattutto per quello delle comunità indigene e, ancora di più, delle donne. Si balza assieme a lui, infatti, pressoché subito all’epoca coloniale, quella in cui gli spagnoli entrarono e violentarono una terra e le sue abitanti, appropriandosi dapprima dei loro corpi e, successivamente, delle loro anime. Conquista ed evangelizzazione, predominio fallico e “pigmentocrazia”: la superiorità del maschile sul femminile e dell’europeo sulle popolazioni indigene è una storia che conosciamo bene. Ma la parte di storia che, probabilmente, non conoscevamo bene ce la spiega con occhio clinico Ferrer, in un excursus molto dettagliato sulla storia del Guatemala dalla guerra civile ad oggi.

La sua ricerca lo ha condotto a ripercorrere i passi della storia di un popolo che, fino agli anni ’90, ha vissuto in un clima di razzismo e misoginia, che ha conosciuto un genocidio feroce di cui pochi parlano e che vive un presente fatto di violenza, criminalità, femminicidi, narcotraffico: un lato nascosto del Guatemala, di cui poco si parla anche e soprattutto perché resta impunito, il più delle volte, a causa della forte corruzione del governo. Il femminicidio, in particolare, è un fenomeno che sta subendo un picco davvero preoccupante e il parallelismo con le efferatezze del passato è immediato. La violenza sessuale contro le donne è stata, infatti, un elemento costitutivo del genocidio perpetrato all’interno di una guerra civile durata quasi 36 anni, il cui obiettivo era la distruzione del tessuto sociale delle comunità indigene. Come la Malinche messicana, anche la donna guatemalteca è una madre creatrice-distruttrice che va colpevolizzata per il suo essere donna, ventre da cui nascerà il prossimo sovversivo contrario al regime militare, che ha iniziato a sollevare il capo e a battersi per diritti che non le si dovrebbero concedere. La sua fertilità è la sua condanna, il suo essere madre diventa la sua colpa: questo è ciò su cui i militari facevano leva durante il pesante genocidio.

Troppo poco spazio viene, però, concesso a un’inchiesta sulla situazione attuale, forse per la reale impossibilità di accedere alle fonti, forse perché è davvero difficile insinuarsi e ricercare informazioni in un tessuto così intriso di violenza e omertà. Jordi Ferrer vuole provare a dare più voce possibile alle donne di Città del Guatemala, ma purtroppo resta solo un’eco in lontananza, soffocata da un silenzio che fa male. La speranza è che possano emergere molte più voci e che, insieme, formino un boato di denuncia che distrugga questo muro che ci rende spettatori ancora troppo poco informati sulla realtà delle donne e, più in generale, sul clima di pesante violenza che continua a lacerare il Guatemala.

 

Luisa Tomasini