i bambini e noi

I bambini e noi

Luigi Comencini nel 1970 girò I Bambini e noi con l’intento di indagare sull’infanzia alle porte di uno dei decenni più caldi per l’Italia e in anni in cui il documentario d’inchiesta era in gran fermento. Guardarlo oggi è un’opportunità per ritornare indietro nel tempo, conoscere meglio il nostro passato e compararlo con il presente. Comencini realizzò sei puntate, attraversando lo Stivale in cerca di volti, voci e storie con l’intento di intercettare le differenze tra adulti e bambini concentrandosi molto sull’educazione. In questo viaggio i bambini mostrano le loro vite, fatte di realtà, di sogni e di fatiche, servendoci sul piatto d’argento una verità valida ieri come oggi.

Il lavoro e l’istruzione

La Fatica, prima puntata, è girata a Napoli. Verace, povera e movimentata, il capoluogo partenopeo è una città dove i bambini fanno parte di famiglie numerose e stipate in case troppo piccole, mangiano poco e hanno le mani sporche, piccole mani prestate al lavoro. Sono giovanissimi apprendisti macellai, barbiri, baristi o meccanici, hanno tra gli otto e i dodici anni e frequentano poco la scuola, perché la loro misera paga serve a sostenere la famiglia. Di contro, la seconda puntata, Gentili ed educati, è ambientata a Milano in una scuola privata, riservata ai figli della borghesia e dell’aristocrazia. A differenza dei primi, questi bambini sembrano avere tutto: una casa grande ed elegante, una stanza propria, tanti giochi, ma molta solitudine, accentuata dalla mancanza di spazi pubblici ricreativi. Questo primo spaccato presenta le differenze marcate tra la vita nel meridione e quella nelle città del Nord, l’esigenza di delegare al fanciullo il sostentamento familiare e quella opposta di un’istruzione scolastica garantita e alleggerita dal benessere economico. Il collegamento a oggi ci riporta a dei dati di fatto. Se in Italia le politiche riguardanti la tutela del fanciullo hanno condannato lo sfruttamento del lavoro minorile, non possiamo ignorare come questo fenomeno sia presente in paesi gravati da guerre e povertà, in primis Africa e Asia, nei campi profughi del Libano, per esempio, dove i bambini lavorano come braccianti. Oggi lo stile di vita in Italia, come in altri paesi occidentali, vede i bambini caricati da un surplus di stimoli e di protezioni, che diventano proibizioni, una bulimia che ha fatto scomparire la noia trasformatasi in schermi tv, alimentazione zuccherina e lodi eccessive.

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La campagna e la città

La terza puntata, Tante case, mostra la differenza ancora marcata tra il mondo rurale e contadino e quello delle metropoli in espansione. La prima parte si svolge nelle campagne umbre di Corposano, piccola frazione di Città di Castello (PG), dove esiste una sola scuola, con un unico maestro per sette alunni di quattro classi differenti. Qui sopravvive ancora il dialetto e la lingua italiana fa fatica a normalizzarsi, così come faticano i bambini nell’esprimersi e nell’immaginare una vita differente da quella quotidiana. La seconda parte si svolge a Primavalle, periferia romana, dove la dispersione creata dagli spazi urbani e il sovrappopolamento è più marcata. I bambini popolano e animano le strade giocando in gruppi e al contempo frequentano la scuola; il loro è un tempo che si svolge lontano dal controllo delle famiglie. La trasposizione di queste immagini a oggi non mostra molte differenze se non per l’età. Oggi, infatti, i quartieri popolari sono vissuti molto di più da adolescenti che provano un senso marcato di appartenenza, tanto da creare vere e proprie regole e consuetudini che ruotano intorno alle difficoltà legate allo spaccio, alla detenzione e alla povertà.

Le differenze

La quarta puntata, La bicicletta, si svolge a Roma, sempre in periferia, questa volta a Prima Porta e si concentra sulla scuola e i problemi legati alle classi differenziali. La migrazione interna nel nostro paese era molto intensa negli anni settanta, perché molte famiglie meridionali si trasferivano al nord per motivi lavorativi. Le scuole quindi erano abitate da tante identità che all’interno di quell’ambiente venivano differenziate. Ai bambini del sud che non padroneggiavano la lingua italiana a quelli con disturbi specifici dell’apprendimento o provenienti da contesti di disagio sociale erano riservate classi con percorsi educativi differenti. Nel 1977 le classi differenziali furono abolite in nome di un’educazione rapportata alle potenzialità degli allievi e che potesse far superare l’emarginazione.

Oggi la scuola italiana presenta delle novità legate ai flussi d’immigrazione che la rendono un vero esempio di melting pot. Soprattutto la scuola dell’infanzia ha una popolazione altissima di studenti con cittadinanza non italiana, rapportata a quelli che la cittadinanza la possiedono, che nel tempo cresceranno ancora di più. Un punto che evidenzia l’esigenza di adottare delle nuove leggi d’inclusione per chi in questo paese è nato, parla e vive alla pari degli altri ma non possiede un riconoscimento.

I padri

Gli ultimi due capitoli del documentario sono rispettivamente Papà lavora e Qualcosa di nuovo che entrano nel cuore del tema trattato da Comencini. L’indagine condotta voleva evidenziare il rapporto tra adulti e bambini, il modo di allevare ed educare i figli e come l’istituzione scuola riuscisse a supportare tale delega. L’assenza del padre in questo passaggio è particolarmente evidente. Nella provincia di Foggia, molti uomini durante gli anni settanta lavoravano in Germania e il sentimento di frustrazione per la mancanza di un impiego si trasformava in una vera e propria fuga e abbandono dei luoghi natii. In Qualcosa di nuovo, infine, lo sguardo si apre al futuro e ci si concentra su nuovi metodi d’insegnamento introdotti in due scuole elementari torinesi.

Attraverso questo itinerario di luoghi e temi, Comecini riesce quindi a costruire un documentario che oggi più che mai va riscoperto, un documento che guarda i bambini negli occhi, che ribalta i punti di vista e fa riflettere su ciò che è stato per i nostri nonni e padri e per quello che ancora possiamo conquistare per i nostri figli.

 

Federica Paradiso – Web writer

 

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