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Gender bender, i premi

Sabato tre novembre si è conclusa la XVI edizione del festival internazionale e interdisciplinare Gender Bender. La rassegna, prodotta da Cassero LGBTI con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune e dell’Università degli Studi Alma Mater, ha proposto come ogni anno proiezioni, esibizioni di danza, performance teatrali, mostre e installazioni in numerose sedi del centro storico bolognese.

La giuria, composta dai giovani critici di Cinefilia Ritrovata e del Dipartimento delle Arti dell’Unibo, ha premiato tre lavori che si sono contraddistinti per audacia e coraggio. Las Hijas del Fuego della regista argentina Albertina Carri, è stato insignito del premio di Miglior Film; la giuria ha riconosciuto il coraggio di ignorare “lo sguardo e dell’opinione altrui e che con spregiudicatezza istituisce una nuova forma di iconografia femminile che si avvale della complessità e della varietà dei corpi per rivendicare un personale diritto di piacere”. Il premio per il Miglior Documentario è andato invece al duo composto da Claudia Priscilla e Kiko Goifman, Bixa Travesty. La produzione brasiliana si è differenziata per “l’audacia di una rappresentazione vitale, nuda e cruda, di un individuo coraggioso. Un corpo che afferma se stesso e la sua sessualità nonostante ogni tipo di avversione”. Il terzo e ultimo premio, Menzione Speciale per la categoria Film di Finzione, è andato a Kim Yang-Hee, regista di The poet and the Boy. Il regista coreano ha saputo esplorare “con naturalezza la scoperta dell’omosessualità nel difficile contesto socio-politico sudcoreano e di saper cambiare registro stilistico in maniera quasi impercettibile, trattando con eleganza una questione controversa e scivolosa”.

Oltre ai lavori premiati, da segnalare tre pellicole: Adonis, Mujer Nomade e Ni d’Eve, ni d’Adam. Adonis, Prima Nazionale del regista cinese Scud, traccia gli orrori di un giovane attore che per mancanza di soldi decide di prostituirsi, rimanendo però invischiata nella fitta ragnatela del mercato del sesso di Macao. Un climax ascendente di violenze psicologiche dove l’attore, dal teatro tradizionale al cinema porno amatoriale e sadomaso, perisce per mano di un violento carnefice. Scud ricama un “abecedario della perversione”, che aiuta a comprendere quanto sia difficile porre dei limiti in un mondo potenzialmente privo di confini. Per quanto di tutt’altro genere.

Mujer Nomade condivide con il lavoro dell’autore cinese l’esperienza dell’orrore, che dal racconto di finzione si trasforma in memoria. Il documentario di Martin Farina parla di una delle figure più influenti negli studi filosofici sul corpo e sulla sessualità: Esther Diaz, epistemologa e accademica femminista dell’Università di Buenos Aires. Diaz è alla continua ricerca di sé stessa e confronta gli argomenti dei suoi studi con i suoi piaceri, nel pubblico e nel privato, tracciando nuovamente i percorsi dell’eterno ritorno nietzscheano.

Infine Ni d’Eve, ni d’Adam. Une histoire intersexe, parla del rapporto epistolare tra due coetanee: M e Deborah, una di Losanna e l’altra di Parigi. M e Deborah sono intersessuali. Sono quindi portatrici di una variazione biologica dei caratteri sessuali che rende impossibile definirle univocamente come maschi o come femmine. L’autrice, ritraendo l’affetto che nasce e cresce tra le due ragazze, mostra statistiche, differenze personali, generazionali e strutturali (della società francofona) a proposito di quella che ancora oggi viene considerata una malattia. M e Deborah si scrivono e si confrontano sulla presenza o sull’assenza di un organo genitale “di troppo”, sulla quotidianità e sugli effetti obblighi stereotipati e imposti da una classificazione binaria dei generi.

Lorenzo Tore