afalto e pallone

Asfalto e pallone, il gioco più bello del mondo

Quando ero allenatore all’Ajax a volte portavo i ragazzi in strada perché lì si apprendono tante cose. Se cadi sul cemento e ti fai male devi diventare più sveglio, più tecnico, devi imparare a muoverti più rapidamente e a decidere più in fretta che cosa fare.

Johann Cruijff

Una volta era diverso. Si scappava di casa e dai compiti, ci si ritrovava senza darsi appuntamento in una qualunque piazzetta di paese, in un qualunque parcheggio, in una qualsiasi strada non troppo trafficata e cominciavano le battaglie. Ci si fermava solamente per far passare le macchine o quando scendeva la sera e le madri cominciavano a sbraitare dai balconi.

Bastava un unico ingrediente: un vecchio pallone di cuoio sdrucito con la camera d’aria che faceva capolino tra le cuciture.

Asfalto e pallone” è il titolo di un documentario del 2016, diretto da Jesse Adang e Syrine Boulanouar, produzione Miles e disponibile in streaming su Netflix, dedicato al luogo del calcio per eccellenza: la strada.

I registi si inoltrano nelle banlieue parigine dove il campetto d’asfalto fa da cuore pulsante alla vita sociale (spesso porta anche il nome dei grandi stadi, come San Siro o La Bombonera) e si pongono una domanda: “In che modo il calcio può rappresentare la risposta a tutte le domande, per un giovane che cresce in queste zone?”

Attraverso un montaggio leggero e genuino, scopriamo come il calcio sull’asfalto in Francia non voglia dire solo svago, confronto tra coetanei e non, tra amici o persone conosciute solo poco prima della partita. I ragazzi del quartiere vedono in quella sfera il trampolino di lancio per una gloriosa carriera calcistica oppure, per i tanti che non ci riusciaranno, perlomeno una via d’uscita da un destino criminale.

Interessanti infatti sono le interviste a giocatori di fama mondiale del calibro di Mehdi Benatia (difensore della Juventus), Riyad Mahrez (centrocampista del Manchester City), Serge Aurier (Tottenham), Ousmane Dembelé (Barcellona) e altri, che su questi campi sono cresciuti e che non dimenticano le loro origini, partecipando a iniziative del quartiere e donando denaro al fine di comprare nuove scarpe da calcio e completi per i giovani.

Non giocare più a pallone sotto casa sembra avere le sue ripercussioni, nel lungo periodo, anche nel calcio professionistico. La nazionale francese ha vinto l’ultimo mondiale disputato in Russia ed è composta da otto calciatori nati e cresciuti in questi quartieri.

La nazionale italiana, invece, arranca da tempo, non riuscendo nemmeno a qualificarsi all’evento.

Oggi, in Italia, ci sono molti giocatori che sono polli da allevamento e questo non è un bene per il calcio. Bisogna abituare i giovani a pensare, ad avere ambizioni, senza togliergli creatività e inventiva.

Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus

C’è mancanza di libertà di espressione, dunque. Servirebbe un posto dove un giovane giocatore possa affinare i suoi trucchi senza essere subito richiamato sull’attenti, dove trovare carta bianca sulla quale improvvisare nuove poetiche calcistiche.

E quale posto migliore se non il campetto sotto casa?

 

Matteo Branchetti