la heradera del viento

Le immagini della memoria di Anja e Gloria

Premiati al Terra di Tutti Film Festival 2018 con due menzioni speciali, Dancing with Monica di Anja Dalhoff e di La Heradera del Viento di Gloria Carriòn hanno in comune lo sguardo femminile e una forte impronta biografica, pur raccontando due storie differenti.

La Heradera del Viento è un documentario terapeutico-autobiografico. La regista è anche la protagonista della vicenda e figlia primogenita di due delle principali figure della rivoluzione sandinista, che segnò il termine del regime di Anastasio Somoza Debayle in Nicaragua (giugno 1979). La Carriòn racconta ciò che le è accaduto, all’interno della sua famiglia, dalla prima infanzia alla contemporaneità. I giudizi, da un lato, e le prudenze all’altro hanno condizionato la sua crescita: il fascino e la paura per la Rivoluzione e per l’oppressione del sistema Statunitense si intrecciavano alla presenza/assenza dei genitori, fino al divorzio. La storia personale viene sopraffatta dalla Storia: il racconto della presa del potere da parte del FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Popolare) fino al declino del sogno rivoluzionario (1990).

Dancing with Monica è anch’esso un film autobiografico: Monica, giovanissima sex worker e vittima di violenze sessuali durante l’infanzia in Colombia, si racconta in prima persona partendo dal percorso che l’ha portata a intraprendere una vita di quel tipo: dalla violenza sessuale al trasloco in Europa, il soggiorno in Spagna e in Danimarca fino al viaggio in Giappone.

Per quanto Dancing with Monica e La Heradera del Viento sembrino profondamente differenti dal punto di vista visivo e per quanto sembri impossibile un confronto a livello formale e di contenuto, i lavori delle due registe offrono spunti comuni di riflessione. Diretti e interpretati al femminile, ed entrambi autobiografici, sono accomunati da una narrazione centripeta, che si sviluppa prendendo spunto dal contesto in cui è ambientata. Questo può essere l’universo schiavista dello sfruttamento sessuale in cui si trova invischiata Monica, o il forte senso reazionario, popolare e nazionalista animato dallo spirito dei sandinisti nicaraguensi: per quanto si possa scavare in profondità, le uniche certezze le si troveranno affrontando la struttura familiare, cieca e sorda alle necessità delle figlie. Il terzo aspetto, e forse anche il meno evidente, è puramente formale ed è quello di aver deciso di raccontare una vicenda che si sussegue tra flashback, video d’archivio, passato recente e contemporaneità. Le registe sembrano dirci proprio questo: il riciclo di immagini e l’uso dei video di repertorio, personali o storici, servono a tenere viva una memoria che è giusto rievocare, a patto che non si risolva in sé stessa. È giusto rivivere un trama, sia questa personale o generazionale, per scoprirne i reali presupposti.

Lorenzo Tore