Rapporto tra sonoro e audiovisivo

Rapporto tra sonoro e audiovisivo, “L’esperienza artistica del tempo”

Gli estratti contenuti nell’articolo sono tratti dalla tesi di laurea “L’esperienza artistica del tempo” di Paolo Alberto Samonà che indaga il rapporto tra sonoro e audiovisivo. Tesi conseguita presso la Scuola di Musica Elettronica del Dipartimento di Nuove tecnologie e Linguaggi musicali, per il Biennio specialistico sperimentale di secondo livello, indirizzo Musica da film, presso il Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna.

Capita spesso di arrivare in una sala cinematografica carichi di aspettative che tendiamo a saziare attraverso la composizione dei singoli aspetti percettivi: a orientare gusti, sentimenti ed emozioni, non sono solo le immagini e la loro composizione ma anche la musica. Ne abbiamo parlato con Paolo Alberto Samonà, contrabbassista e compositore siciliano che nella sua tesi di laurea “L’esperienza artistica del tempo”, conseguita presso il Conservatorio di musica Giovan Battista Martini di Bologna, ha indagato sull’esperienza artistica, dando una spiegazione al rapporto tra sonoro e audiovisivo, tra la musica e lo spettatore legati al tempo.

Fondamentali sono le domande che si è posto per indagare la questione: «Cosa ci comunica la musica? C’è conoscenza? Perché ho l’impressione di star ricevendo una rivelazione, di cosa? C’è qualcosa di oggettivo che distingue una musica “bella” da una “brutta”, oppure è solo una questione di gusto soggettivo? L’ipotesi da cui sono partito è che il contenuto della musica, talvolta chiamata arte del tempo, sia proprio “il tempo”. Non nel senso di “scansione” ma di vera e propria creazione di “spazio-tempo”, differente da quello “degli orologi”; dunque che l’esperienza “artistica”, sia principalmente un’esperienza “del tempo».

Un interessante punto di vista che può aprire un dibattito sul ruolo della musica sia nel mondo della produzione che in quello della fruizione: lo spettatore vive per ultimo l’esperienza visiva, perché quando ascoltiamo musica sospendiamo il tempo reale, ci tuffiamo in universi paralleli, ridefiniamo lo spazio dentro e intorno a noi, carichiamo questo intervallo del nostro personale e singolare bagaglio esperienziale, culturale ed emotivo.

Samonà cita gli studi approntati dal musicologo, filosofo e psicologo Michel Imberty quando riflette sulla struttura simbolica della musica: «La semantica musicale è una semantica del tempo, degli schemi temporali, delle esperienze della vita interiore e dell’Io inerenti al tempo. Ogni opera musicale è, nella sua struttura e nel suo stile, una rappresentazione dell’esperienza individuale o collettiva del tempo esistenziale. Ma sembra essere anche una trasposizione simbolica de-realizzante, che sostituisce alla minaccia delle difficoltà, dell’invecchiamento e della morte, l’illusione di poterle aggirare in una fine idealizzata e felice, che al tempo stesso annulla gli effetti distruttori dell’irreversibilità del tempo».

L’atto creativo è assoggettato al tempo dall’ideazione alla fruizione: «Questi “tempi” valgono per tutte le forme d’arte, forse talvolta si possono unificare dei processi, ad esempio posso ideare qualcosa mentre la fisso e mentre qualcuno ne fruisce, oppure essa può scomparire nella fruizione. Le arti plastiche e figurative tendono a condensarsi in un oggetto piuttosto stabile che i nostri limiti percettivi vedono come immobile, nel senso che qualsiasi sia il nostro presente quell’oggetto è lì in quell’istante nella sua interezza, e ci sembra evidente che la questione “temporale” sia tutta interna alla sfera della nostra percezione». Per far intendere meglio il concetto, Samonà si serve del principio della termodinamica soprattutto quando parla di cinema: «…esso è costituito da immagini statiche che a causa della nostra imperfezione percettiva ci sembrano in movimento. Questo fa sì che mentre nel caso di un quadro, di una scultura o una facciata noi effettivamente riceviamo dei fotoni che sono un tutt’uno con la materia che li riflette e li invia ai nostri occhi, e dunque sono stabili come essa, il cinema è costituito da fotoni ed onde sonore separate dal supporto. Ovvero la sua essenza non sta tanto nelle singole immagini ma nelle connessioni impalpabili ed anche “irreali” che ne fanno movimento e tempo».

Suono e immagine sono due entità separate o si possono considerare due elementi portanti di un testo? Che tipo di relazione si instaura tra questi due mondi? Samonà cita Michel Chion, critico, compositore e regista, il quale nel definire le relazioni tra suono ed immagine dice che: «nella fruizione di un oggetto composto da suoni ed immagini noi non ci troviamo ad avere a che fare con una semplice somma di due elementi separati, ma con un valore aggiunto generato dall’intreccio indissolubile di queste due componenti. Non potremo più parlare di ascolto o visione, ma di “audiovisione”. Inoltre conia il termine di contrappunto audiovisivo per designare un rapporto di dialogo costante tra le due parti, dove però ciascuna mantiene una propria identità. […] È questo intreccio indissolubile di suono ed immagini a determinare il senso narrativo in senso ampio. Più questa “narrazione” sarà vitale e reale, e più essa sarà in grado di coinvolgere lo spettatore.  Se attraverso l’esperienza artistica riesco a “vivere” un’esperienza del “reale”, materializzandomi in un altro universo spazio-temporale ed identificarmi con un “soggetto” di quello spazio che compie un suo moto direzionato, tuttavia una volta che si è chiuso il ciclo e che è giunta la fine, non muoio, ma contemplo dall’alto della mia eternità».

Come si declina la congiunzione di suono, tempo e immagine? «I mezzi usati nel cinema per manipolare l’aspetto temporale delle immagini o delle riprese possono essere molteplici, e spesso si avvalgono della possibilità di deformare un tempo che in quanto registrazione del reale, già è dotato di una forte connotazione temporale.  Al fine di ottenere particolari effetti o atmosfere i registi si sono avvalsi di molte tecniche. Inoltre dalla nascita del montaggio si è rotta la necessità di rispettare una linearità narrativa, per modellare la struttura in modo che potesse aderire nella maniera più stretta possibile al racconto filmico. Il regista Jean Epstein in Intelligence d’une machine (1946) parla della funzione narrativa-emotiva delle variazioni temporali. Il rallentamento delle riprese può enfatizzare e drammatizzare le riprese, come mostra il suo film La chute de la maison Usher (1928), dove l’atmosfera è resa inquietante e decadente da un leggerissimo rallentamento della ripresa. Questa tecnica è stata ripresa da numerosi registi per scopi 80 simili, ad esempio in Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir, o in Mulholland Drive di David Linch».

La manipolazione del tempo nel testo filmico sembra quindi conferire un valore ben preciso alle scene, che tal volta restituiscono catartiche emozioni o svelano messaggi sottointesi. Saremo più acuti dopo questa lettura, nel captare l’accostamento di senso tra testo e musica, soprattutto quando non è mai banale o casuale ma frutto di una scelta ben ponderata dall’autore.

Foto dei quadri realizzati da Mario Samonà

Federica Paradiso – Web writer

 

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