Fonderia39, la fabbrica della danza

Fonderia39 è un documentario di Nico Guidetti, prodotto da Mediavision in collaborazione con POPCult, con il sostegno di Film Commission Emilia-Romagna e con la partecipazione di Fondazione Nazionale della Danza Compagnia Aterballetto.

Lo stabilimento che fa da sfondo al film è la Fonderia39 di Reggio Emilia, da cui lo stesso documentario prende il titolo.  L’edificio, parte del complesso industriale della Lombardini Motori, fu costruito nel 1939 e nel 2004 è divenuto sede della Fondazione Nazionale della Danza Compagnia Aterballetto, la più importante compagnia di danza contemporanea in Italia, i cui spettacoli vengono distribuiti e apprezzati a livello internazionale.

Attraverso un mirabile lavoro di recupero e reinvenzione, questo spazio ha abbandonato il processo produttivo industriale e oggi abbraccia il processo creativo della danza: un incontro che si traduce in un interessante contrasto tra la “durezza” della struttura e la fluidità dell’arte. Il documentario è caratterizzato da una tripartizione in atti: sala Fucina, sala Fusione, sala Formatura, riprendendo i nomi originari delle originarie sezioni dell’edificio e che, oggi, fanno riferimento agli attuali nomi delle sale prova. Nico Guidetti pone la sua attenzione in quello spazio vissuto tra il balletto e il luogo in cui si colloca la ripresa, concedendosi solo occasionali incursioni nelle vite private di alcuni artisti.

Qual è il suo rapporto con la coreografia, con il teatro e con l’arte del balletto? Come nasce l’idea di un documentario su Aterballetto?

Premetto che non so assolutamente ballare. Da tanti anni però collaboro con la compagnia, filmando le nuove coreografie e un po’ di prove. Quindi posso dire di conoscere piuttosto bene il luogo e le persone che ci lavorano. Ho sempre avvertito il fascino e la magia di questo mondo, del processo creativo, comune del resto a tutte le arti, cinema documentario compreso. Fascino e magia che si accompagnano però sempre al duro lavoro quotidiano, alla fatica.

Cosa rappresenta la Fonderia39 per la città di Reggio Emilia, sia come luogo fisico che porta con sé una propria storia, sia come fucina di talenti e attività di respiro nazionale e internazionale?

La Fonderia è uno dei simboli cittadini del grande passato industriale della città di Reggio Emilia. L’altro è senz’altro quello delle ex-reggiane, che si vedono non a caso all’inizio. E’ un passato convertito alla produzione di arte e bellezza. E questo credo che debba essere motivo di orgoglio. Anche perché si tratta di arte e bellezza che producono lavoro e ricchezza, visto che la compagnia gira tutto il mondo.

È molto interessante l’assenza, quasi totale, di dialoghi nel corso del documentario. Da cosa deriva questa scelta e in quale posizione si voleva porre lo spettatore?

Non appartengo a una scuola precisa, in altri documentari ho usato senza problemi le interviste. In questo caso mi interessava mostrare e basta, la danza è movimento, qualsiasi cosa si dica a riguardo sarebbe superfluo. Almeno secondo me.

È stato complesso riuscire a documentare questa realtà dall’interno? Come è stata percepita la sua presenza dalla compagnia?

Ammetto che non ho avuto problemi, né con i ballerini, né con il resto del personale. Sono stati tutti molto disponibili e rispettosi del mio lavoro, forse perché sentivano che a mia volta rispettavo molto il loro. Anzi, a loro modo si sono divertiti, e sono nate amicizie.

Quali sono stati i criteri di scelta per quel che riguarda le riprese, su cosa si è voluto porre l’accento? Quanto tempo è stato dedicato alle riprese e alla realizzazione della pellicola?

Un anno di lavoro. Più o meno. Inizialmente forse pensavo di raccontare di più i ballerini, anche nella loro vita al di fuori della Fonderia (il titolo iniziale, infatti, era un altro). Poi però ho preferito puntare all’unità di luogo, a starmene il più possibile lì dentro, perché sentivo che era quello il cuore pulsante. Inoltre non volevo creare delle “individualità”, dei protagonisti. Del resto non fa parte della stessa filosofia della compagnia, che è nata proprio volutamente senza primi ballerini. Quarant’anni fa.

Che potere o potenzialità ha oggi la danza come linguaggio? Com’è stato far incontrare e compenetrare due forme artistiche diverse come il cinema e il balletto?

La danza è un soggetto molto cinematografico, si sa. Parla attraverso il movimento, senza le parole. Come il cinema, che è nato muto e che ancora adesso, quando funziona, funzione anche senza dialoghi o parole.

 

Stefania Patruno

 

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