0

I love… Marco Ferreri

Geniale e ironico, grottesco e “spietatamente corrosivo”, Marco Ferreri ha dato al suo cinema, fatto di lavori intensi e ispirati, un’impronta personalissima. La dimensione visionaria e il respiro internazionale della sua opera la rendono estremamente attuale. A vent’anni dalla sua scomparsa, Pierfrancesco Campanella (La trasgressione, 1986; Cattive inclinazioni, 2003) lo racconta nel documentario I love… Marco Ferreri (Ita, 2017), il cui titolo si ispira al film I love you, del 1986. A muoversi tra le opere è un poliziotto, il cui sogno ricorrente – King Kong e la città di New York – conduce al primo titolo di questa “indagine”: Ciao maschio, con Gérard Depardieu.

“Ho sentito l’esigenza di dare una chiave di lettura originale, diversa- racconta il regista Campanella – volevo realizzare un omaggio a Ferreri che fosse poco convenzionale, così come lo era egli stesso. Per questo motivo ritenevo fondamentale stabilire un contraddittorio: ho introdotto un personaggio, molto surreale, che parla “male” dei film in questione. Credo che a Ferreri sarebbe piaciuto”. La voce di questo personaggio, che ricorda continuamente al poliziotto che non vale la pena di guardare quei vecchi film, dialoga non tanto con le altre voci che raccontano il regista e l’uomo Ferreri ma con gli spezzoni stessi delle pellicole. Ambigue, dissacranti, eccessive, sono loro a sottolineare il talento dell’autore: un precursore capace di cogliere tutte le storture, le slabbrature e le malattie che affliggevano la società dei suoi tempi e metterle in mostra su un palcoscenico, sotto gli occhi di tutti. Adesso quei malesseri sono cresciuti esponenzialmente, ma Ferreri non ha fatto in tempo a scoprirlo: “Sarebbe stato male, oggi – afferma Piera Degli Esposti nel documentario – ma non sarebbe rimasto in silenzio”.

“La riflessione sull’incomunicabilità è sicuramente il tratto più attuale del cinema di Ferreri – afferma Campanella – aveva visto l’alienazione nei rapporti umani ben prima dell’avvento dei social network e dei cellulari. Il tema della solitudine, che mi è molto caro, è uno dei più ricorrenti nei suoi lavori ed è sempre stato raccontato con grande sensibilità”. Dal rapporto tra i sessi all’avvento delle tecnologie, dalla noia alla malvagità insita nell’uomo, Ferreri ha esplorato ogni angolo della vita e della società, con occhio attento e intuito sottile, e un sesto senso che gli ha sempre permesso di arrivare prima. Dal cinema in bianco e nero all’uso del colore dalla metà degli anni ’60 in poi, ogni soluzione stilistica è sempre stata adottata con consapevolezza e messa al servizio del racconto. Nel suo cinema il punto di partenza è la realtà, che subisce in parte una modificazione ad opera del grottesco. I suoi film sono molto riconoscibili, eppure Campanella scrive, nelle note di regia: “Diversamente da Fellini, Ferreri non è mai diventato un aggettivo: avete spesso udito il termine “felliniano”; ma quante volte avete sentito dire ‘ferreriano’? Mai! Perché a Ferreri mancò sempre (e non per caso) quella capacità di farsi universale perdendo un po’ di sé. Si fece internazionale, questo sì, ma la sua vena caustica era troppo personale per poter diventare un aggettivo capace di etichettare una visione cinematografica permanente”.

Nei lavori degli anni ‘60 e ‘70 possiamo conoscere il Ferreri migliore, attraverso opere del tutto inconsuete per l’epoca: da Dillinger è morto a Il seme dell’uomo, che condanna inesorabilmente l’uomo all’estinzione, da La donna scimmia a El cochecito, girato in Spagna, in cui la critica della società assume i toni surreali della vicenda di Don Anselmo, vittima di una improbabile discriminazione. Dopo la sua morte, però, sono in tanti ad aver dimenticato anche il nome di Ferreri: forse perché, come ricorda Campanella, “l’Italia in campo artistico ha la memoria corta”, a differenza di quanto accade all’estero.

“Ho conosciuto Marco Ferreri quando ho collaborato come consulente alla produzione di La Carne, negli anni ‘90. Ci siamo incontrati qualche volta in ufficio, non tanto sul set: il ricordo che ho è di una persona con grande autorevolezza e carisma, ma anche profonda carica umana. Era capace di molta autoironia – conclude Campanella – è sempre stato uno dei miei riferimenti: andare controcorrente, essere fuori dagli schemi, tutto ciò mi piaceva molto e piaceva anche al pubblico, che apprezzava l’arma dell’ironia”.

Il documentario, prodotto e distribuito da Rossana Ruscitti per Cinedea, è stato proiettato il 30 novembre a Roma insieme a un corto dello stesso Campanella, L’amante perfetta, e tornerà nei cinema di tutta Italia a partire dalla prossima primavera.

Erica Di Cillo – webwriter

I love… Marco Ferreri