Natale, documentari e altri paradossi

Le vacanze di Natale sono vicine e siamo tutti in trepidante attesa, abbiamo decorato l’albero e la casa, forse abbiamo addirittura iniziato a comprare i regali, con la promessa che quest’anno no, non ci ridurremo all’ultimo secondo, e ora potrei scrivere un meraviglioso articolo su come si fabbrica un centro tavola per il cenone fai da te, sul viaggio gastronomico dell’Italia a natale o sulle tradizioni più curiose del mondo.

Per rendere la nostra attesa meno noiosa e banale, scriverò di un Natale diverso, o meglio, scriverò di qualcuno che ha voluto raccontare un altro Natale, attraverso i documentari più interessanti sulle contraddizioni e l’ipocrisia nascosta di queste feste.

 

Il pranzo di Natale è un film partecipato del 2011, presentato alla VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e nato da un’idea della regista romana Antonietta De Lillo, che ha lanciato un appello in rete al quale hanno risposto persone comuni, professionisti e aspiranti film-maker. Il documentario si configura come un film corale, un pastiche di immagini e storie, unite dal collante di un sapiente montaggio nel quale si alternano interviste e racconti a immagini di repertorio, fotografie in bianco e nero e ricordi di un Natale che non c’è più.  Il fil rouge che attraversa il mare di voci e immagini da tutta l’Italia è il ricordo inafferrabile di un’atmosfera, di un piatto, di un regalo, di una tavola imbandita e di famiglie numerose, contrapposto al presente, alla crisi economica, al consumismo e al materialismo, alle tavole e alle sedie sempre più vuote. Il documentario è un interessante esperimento che prende la forma di una sorta di reportage, alla ricerca della nostra storia e del nostro futuro.

 

Xmas Unwrapped è un documentario del 2014, realizzato dallo studio di ricerca Unknown Fields Division, dopo un viaggio nel Sudest asiatico intrapreso da un team guidato dal co-fondatore dello studio Liam Young e dalla designer Kate Davis, in collaborazione con il fotografo Toby Smith. Il documentario è stato rilasciato come parte del più ampio Wolrd Adrift, il suo obbiettivo è fornire una panoramica sulle catene di produzione dei gadget e del merchandising natalizio, analizzando i retroscena del consumismo moderno, nelle fabbriche asiatiche, il paradiso della manodopera a basso costo. Il risultato è alquanto inquietante, un’accetta che squarcia il velo del capitalismo occidentale e mostra un Natale fatto di lavoratori infaticabili, che cuciono, incollano e montano a ritmi inverosimili e con salari da sfruttamento: un natale ai limiti dello schiavismo.

Il sapiente e provocatorio montaggio di Smith riesce a mettere in scena le contraddizioni e i paradossi del consumismo occidentale e le sue ripercussioni nei Paesi del Sudest asiatico che vivono grazie all’esportazione di merci altamente competitive per il bassissimo prezzo di produzione.

 

What would Jesus buy? è il titolo del documentario girato dal film-maker Rob VanAlkemade, nel 2007, incentrato sull’iconica figura del reverendo statunitense Billy. Bill Talen è in realtà un performance artist, che nel 1997 è alla guida di un movimento laico chiamato “Church of stop shopping”, schierato apertamente contro il consumismo e fenomeni come la commercializzazione delle festività religiose. Il produttore del documentario, Morgan Spurlock, è lo stesso produttore dell’irriverente Super Size me, il film di denuncia contro la catena di fast food americana McDonalds. Il regista aveva già girato un corto sulla controversa e affascinante figura del reverendo Billy, intitolato Preacher for an unknown God, che è stato anche premiato in occasione del Sundance Film Festival. Per questo progetto, VanAlkemade ha seguito il reverendo Billy per un mese, durante il 2005, in uno dei periodi di massima attività: quello pre-natalizio. Nel documentario vengono riprese le fantasiose imprese del reverendo meno convenzionale che esista, che combatte l’avanzata del consumismo attraverso la sua pungente ironia, la dialettica apocalittica e gli atti di protesta estremi, che gli sono valsi un totale di 40 arresti. Talen si fa paladino di quella che lui stesso ha denominato la “shopocalypse”, l’apocalisse dello shopping, che ha travolto la nostra società e ci ha reso consumatori ciechi e insensibili. Le critiche del reverendo Billy non risparmiano nessuno, nemmeno i marchi più celebri, anzi, uno dei punti più enfatizzati è la delocalizzazione della produzione verso il Terzo Mondo, in cui la manodopera ha costi irrisori e rasenta lo schiavismo.

 

Isabella Diamanti – Web writer

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