0

Non una di meno

Abbiamo già affrontato il delicato tema della violenza di genere, nell’articolo Violenza di genere, il valore del documentario; un tema delicato che chiede a gran voce un ulteriore approfondimento sulla storia della violenza di genere nel nostro Paese e sull’evoluzione dell’opinione pubblica, mediatica e legale.

L’indagine prende avvio dal documentario Processo per stupro (A trial for rape), diretto da Loredana Dordi nel 1979, vincitore del Prix Italia, presentato al Festival di Berlino, a quello del cinema europeo di Nuova Delhi e nominato all’International Emmy Award.

Il film fu un vero caso mediatico e suscitò un’eco vastissima nell’opinione pubblica italiana: fu infatti il primo documentario su un processo per violenza sessuale mandato in onda sulla televisione nazionale, dalla RAI. Era il 26 aprile del 1979 e il documentario veniva trasmesso, in seconda serata, alle ore 22.00, totalizzando una audience di circa tre milioni di spettatori. Nell’ottobre dello stesso anno, a causa delle numerosissime richieste, il film fu mandato nuovamente in onda e questa volta in prima serata: si stima che raggiunse i nove milioni di telespettatori.

La pellicola che sconvolse l’Italia altro non era che l’esatta documentazione di un reale processo per stupro, filmato al Tribunale di Latina, previa autorizzazione del Presidente della Corte. L’idea di riprendere un reale processo nacque a seguito di un Convegno internazionale sulla Violenza sulle donne, tenutosi nel 1978 nella Casa delle donne di Roma e organizzato dal movimento femminista. Uno dei punti focali del Convegno fu la procedura legale nei confronti della violenza sessuale e l’atteggiamento adottato persino dalle figure istituzionali, come giudici e avvocati, nei confronti della parte offesa. Nei processi per stupro la vittima non era mai trattata come tale, i limiti legali del codice penale, la morale cattolica e le barriere culturali finivano sempre per trasformare la parte offesa nel vero imputato da perseguitare.

Loredana Rotondo, allora programmista alla RAI, propose al direttore di Raidue, Massimo Fichera, di filmare un vero processo di stupro in un’aula di tribunale italiana per mostrare al grande pubblico l’assurdità e le contraddizioni della legge e della morale italiana. Il processo ripreso era quello di una giovane donna, Fiorella, di appena 18 anni, contro quattro uomini di circa quarant’anni, denunciati dalla ragazza per violenza carnale. Fiorella conosceva uno dei carnefici, Rocco Vallone, era stato lui a invitarla in una villa di Nettuno per discutere di una proposta di lavoro stabile come segreteria, presso una ditta in fase di avviamento. L’invito si rivelò un agguato e la giovane fu sequestrata e abusata per un intero pomeriggio, dallo stesso Vallone e altri tre uomini. Gli imputati dichiararono che i rapporti erano stati consensuali, dopo aver concordato con la vittima una ricompensa di 200.000 lire e il fatto che la vittima conoscesse uno degli avventori screditò ulteriormente la sua credibilità. Inizialmente, nel tentativo di archiviare il caso, fu offerto un enorme risarcimento alla parte lesa, la quale, tuttavia, rifiutò, chiedendo il simbolico risarcimento di una lira, per poter andare avanti con il processo e ottenere giustizia.

L’importanza di questo documentario nella storia della violenza di genere italiana è fondamentale: si tratta, infatti, della prima forma di denuncia pubblica della mancanza di una legislazione adatta per i reati di violenza e discriminazione sessuale e di una tutela adeguata per le donne abusate. Il momento storico in cui si colloca la vicenda è uno dei momenti più floridi della storia del femminismo italiano e, allo stesso tempo, uno dei periodi più cupi per la cronaca nera, moltissimi sono gli episodi di violenza carnale contro le donne che scuotono l’opinione pubblica (si pensi al massacro del Circeo nel 1975) eppure oltre alle coscienze poco altro sembra smuoversi.

Dal punto di vista legale, la persecuzione contro i reati di violenza sessuale è ancora molto arretrata in Italia. Secondo l’allora vigente Codice Rocco, i reati di violenza sessuale rientrano nei “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e nei “delitti contro la morale familiare”: in entrambi i casi a essere lesa non è la persona ma la morale e, allo stesso modo, non è la persona a dover essere tutelata ma il rispetto del buon costume sociale. Infatti, uno dei provvedimenti legali più in voga, nei casi di stupro, era il così detto “matrimonio riparatore”: prevedeva che la vittima di stupro sposasse il suo abusatore per preservare la sua dignità. La legge sul matrimonio riparatore viene abrogata nel 1981 e solamente nel 1996 entrerà in vigore l’attuale legge sullo stupro.

Processo per stupro, ha quindi il grande merito di aprire ufficialmente il dibattito pubblico e istituzionale sui reati di violenza sessuale, sulle pene e sulla criminalizzazione della vittima in tribunale, prima di allora mai sollevato.

Eppure, prima della bufera mediatica del documentario, l’attrice Franca Rame scrisse e portò in teatro un monologo altrettanto sconvolgente, intitolato Lo stupro. Il monologo fu scritto nel 1975 e l’unica fonte di ispirazione fu la brutale esperienza vissuta in prima persona dalla nota attrice italiana. La Rame dichiarò di aver preso spunto da una testimonianza letta sul quotidiano Donna; in realtà i fatti narrati risalgono alla sera del 9 marzo 1973, quando, a Milano, l’attrice fu caricata su un furgone da cinque uomini e torturata e violentata a turno. Il motivo dell’atroce accanimento era di natura ideologica, i cinque sequestratori erano dei neofascisti che scelsero il modo più vile per punire e umiliare una donna, un modo che trascende la fede politica di una persona: fu uno stupro punitivo. Nonostante la vicenda del rapimento della Rame da parte di alcuni militanti neofascisti fosse ben nota, nessuno aveva mai parlato di stupro nei suoi confronti, il monologo che l’attrice porta in scena è il suo esorcismo privato e arriverà al grande pubblico solo negli anni Ottanta, quando la RAI deciderà di trasmetterlo. Nel 1987, a 25 anni dall’episodio, le dichiarazioni di Angelo Izzo (uno degli aguzzini del Circeo) rivelano con certezza lo stupro della Rame del 1973, assieme ad altri macabri dettagli che vedono coinvolte le forze dell’ordine, tuttavia, lo scalpore e i testimoni non sono sufficienti per condannare nessuno e il caso viene archiviato.

Ciò che spinge la Rame a dissimulare così a lungo la sua esperienza, affidandosi all’espediente di un’intervista ispiratrice, non è la vergogna ma l’idea di dover subire un iter processuale umiliante e mai equo, di dover subire le abominevoli domande che gli avvocati difensori porsero alla giovane Fiorella, di dover credere che quello che era avvenuto fosse solo colpa sua.

Oggi, dopo più di trent’anni, in un momento in cui assistiamo a una vera e propria recrudescenza dei reati sessuali legati alla violenza di genere, viene da chiedersi se sia veramente cambiato qualcosa, se la legge sia finalmente in grado di tutelare le vittime e condannare i carnefici, se ciò che conta sia davvero l’integrità dell’individuo e non quella della morale pubblica. Quante volte, quando si parla di stupro si sentono pronunciare le solite affermazione diffamatorie sull’abbigliamento della vittima, sulla sua lucidità, sui suoi atteggiamenti fraintendibili, sull’ambiguità dei suoi comportamenti, sul suo libertinaggio; quante donne ancora oggi tacciono dopo aver subito una violenza per la paura di non essere credute, per il terrore di sentirsi umiliate da chi dovrebbe tutelarle.

“Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.

Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…

Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.”

 

Isabella Diamanti – Web writer