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Violenza di genere, il valore del documentario

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un’intensificazione massiccia dei fenomeni discriminatori e persecutori perpetrati ai danni delle donne che sempre più spesso sfociano nel femminicidio.  Solamente in Italia, più dell’82% dei delitti commessi contro una donna sono classificati come femminicidi: oltre quattro su cinque. Di fronte a questi dati sconcertanti non si può far altro che constatare la carenze di strutture di tutela e prevenzione, di un sistema giudiziario efficace ma soprattutto di risposte culturali indispensabili che risanino un problema sociale strutturale attraverso un percorso di rieducazione. Per questo motivo, iniziative come campagne pubblicitarie, manifestazioni, eventi e conferenze sull’argomento possono fornire un esempio di militanza culturale indispensabile e sensibilizzare l’opinione pubblica e le coscienze individuali su un problema sociale che non si può più ignorare.

Tra le iniziative culturali più interessanti ed efficaci, il documentario è uno degli strumenti più utilizzati per veicolare messaggi importanti sull’argomento, sradicare convenzioni sociali obsolete e dannose, combattere e prevenire comportamenti degeneri e soprattutto raccontare tante storie che spesso decidiamo di ignorare.

Produrre un documentario sulla violenza di genere è un compito importante e delicatissimo, al tempo stesso, l’immagine è lo strumento di comunicazione più efficace, dunque il più adatto alla sensibilizzazione dello spettatore. Ecco allora alcuni contributi recenti alla causa dell’abolizione della violenza di genere da parte del mondo della documentaristica.

Una violenza di genere è un interessante documentario prodotto da RaiEducational nel 2013, attraverso l’intervento e il contributo di esperti, operatori sociali, persone che hanno subito le violenze o le hanno compiute, si pone l’obiettivo di narrare questo controverso fenomeno e analizza le problematiche sociali e i pregiudizi culturali alla sua origine. Il documentario si configura come una panoramica a 360 gradi sul mondo della violenza di genere e un mosaico di voci e testimonianze.

Il documentario Mai più violenza sulle donne. Prevenzione e buone pratiche per arginarla (2014), firmato dal regista Massimo de Angelis in collaborazione con il Coordinamento Donne della Sezione Italiana di Amnesty International, invece, sceglie di raccontare il dramma della violenza di genere attraverso lo strumento dell’intervista diretta di persone coinvolte in prima persona. Si tratta di un approccio molto più duro e drammatico ma, proprio per questo, più efficace a livello comunicativo.

Altro interessante progetto è il documentario Violenza invisibile di Silvia Lelli e Matilde Gagliardo: il film del 2015 analizza il fenomeno della violenza sulle donne e della discriminazione di genere, attraverso un punto di vista molto particolare: concentrando l’attenzione su quelle forme di violenza dette appunto invisibili, che non lasciano lividi e ferite ma che li preannunciano. Il documentario si pone l’obiettivo di narrare la discriminazione tout court, non solo quando diventa troppo tardi per porvi rimedio ma ai suoi albori, quando è ancora possibile prevenirla. Abitudini quotidiane, retaggi culturali, violenza verbale, discriminazione istituzionale e sul lavoro, tutto questo è altrettanto nocivo e dannoso al pari di un atto di violenza fisica, anche se spesso viene ignorato e sottovalutato solo perché non lascia segni visibili. La scelta di evidenziare questo aspetto rende il documentario unico, in grado di stimolare una riflessione veramente attenta e profonda.

Nel 2015, il regista, autore e attore bolognese di esperienza decennale, Germano Maccioni firma un documentario dedicato alla questione della violenza di genere a partire dall’omonimo seminario La violenza contro le donne organizzato dal Corso di Laurea in Filosofia dell’Università di Bologna, nell’anno accademico 2013/2014. Il film analizza la questione della violenza sulle donne con una prospettiva plurale e inclusiva, basata sul dialogo tra i partecipanti al seminario, dagli studenti agli addetti ai lavori, operatori dei centri antiviolenza e operatori sociali.

Un altro me è il titolo del documentario di Claudio Casazza, del 2016, un lavoro davvero interessante, ambientato nel carcere di Bollate, periferia milanese, dove c’è un reparto dedicato ai cosiddetti “sex offenders”: detenuti colpevoli di reati a sfondo sessuale. Il film segue il percorso annuale di rieducazione e riabilitazione dei protagonisti che, aiutati da un team di criminologi e psicologi dell’Unità di Trattamento intensificato del CIPM (primo esperimento in Italia di prevenzione della recidiva per reati sessuali), tentano di analizzare i motivi che li hanno portati a commettere i reati di violenza e abuso sessuale.  L’impostazione del documentario è iperrealista, operatore invisibile, niente musiche e voci fuoricampo, uno scontro senza filtri con la realtà. La particolarità di questo lavoro sta nell’idea di porsi dalla parte del carnefice e analizzare il suo travaglio interiore, la sua storia, i suoi traumi, i suoi alibi culturali.

Isabella Diamanti – Web writer