Figli maestri, a scuola d’integrazione

Nel 1884 cinquecento romagnoli, al grido di Pane e lavoro!, giunsero nel litorale romano per le opere di bonifica e decisero di non tornare più indietro. Da allora quel territorio è un luogo di accoglienza per viandanti e migranti da ogni parte del mondo e la zona sud di Roma è diventata una terra di approdo dove affondare le proprie radici.

E’ questa la realtà raccontata in Figli Maestri di Simone Bucri, un documentario prodotto dalla CRT Cooperativa Ricerca sul Territorio, fondata dalla coppia di cineasti Paolo Isaja e Maria Pia Melandri, in collaborazione con C.I.A.O. onlus, associazione della scuola di italiano per stranieri Effathà. Questa sinergia produttiva, che vede partecipe una realtà che lavora per l’integrazione e l’accoglienza, ha  dato al documentario la possibilità di far emergere temi difficili e intimi che altrimenti sarebbero stati taciuti.

I protagonisti di questa storia sono due: Mhamud Uddin, un ragazzo ventunenne proveniente dal Bangladesh e Chiara, una ragazza di quindici anni di origine cinese. Entrambi, così come i loro genitori, frequentano la scuola di italiano per stranieri Effathà che utilizza il pretesto e lo strumento della lingua per far nascere relazioni autentiche in un contesto che promuove l’inclusione. Il documentario ci mostra in maniera delicata come questa nuova generazione, che si scontra con le contraddizioni di culture diverse messe al confronto, quella d’origine e quella italiana, riesca a trovare una propria stabilità da insegnare anche ai propri genitori. Con il ritmo dell’incedere quotidiano le due storie non raccontano la parte più esplicita, più visibile e ad oggi sovraesposta del fenomeno della migrazione, ovvero il viaggio, lo sbarco, l’approdo. Al contrario lo spettatore si trova catapultato all’interno di dinamiche familiari e relazioni consolidate, chiamato a condividere il mutamento o la presa di coscienza di situazioni prevalentemente personali, emotive, a confrontarsi con i protagonisti da pari a pari.

Il documentario di Simone Bucri ci offre l’occasione di poter riflettere sul tema dell’integrazione e di cosa significhi realmente questa parola. Abbiamo la possibilità di immedesimarci in queste persone che fuggono dal proprio Paese o che più semplicemente cercano un futuro. Integrazione non deve significare dimenticare e rinnegare le proprie origini ma, come direbbe lo scrittore spagnolo Antonio Muñoz Molina, è l’opportunità di avere delle esperienze più ricche.

“Credo che lo sguardo del figlio dell’immigrato sia molto ricco, perché è doppio: guarda dal mondo a cui appartengono i suoi genitori, quello delle radici, e dal mondo nuovo a cui lui già appartiene. Nei due mondi si sente al tempo stesso a casa e straniero.”

Il documentario Figli Maestri nasce all’interno della sezione Cinema del progetto del Ministero per le Attività e i Beni Culturali, ideato e coordinato da Paolo Masini, che ha selezionato ventitré opere a cui il Mibact ha dato sostegno e riconoscimento. Le opere sono state poi portate alla Mostra di Venezia, all’interno del concorso MigrArti, neonato evento della prestigiosa rassegna veneziana. Figli Maestri è così tornato vincitore dal Festival del Cinema di Venezia, Premiato per il Miglior Messaggio G2 per “aver documentato con acume e brillante spirito di osservazione la realtà dei nuovi italiani, contesi tra due retaggi culturali ugualmente importanti e sempre alla ricerca di una propria ed altrettanto nuova identità e collocazione”.

Cecilia Brugnoli – Project manager