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Doruntina Film: una realtà produttiva nel cuore dell’Emilia

La Doruntina Film è una casa di produzione indipendente con sede a Parma, che ha prodotto numerosi documentari di creazione, alcuni dei quali selezionati in importanti festival internazionali. Il fondatore, e portavoce, della Doruntina Film è Stefano Cattini.

Quali sono stati i primi passi nel mondo della produzione per Doruntina Film?

La prima produzione firmata Doruntina Film è Ivan e Loriana del 2008. Si tratta di un documentario di 11 minuti che ha avuto un buon percorso nei festival. Tra questi Bellaria, Doxa Vancouver, Concorto, Tirana, Gdansk, Krakow, Euganea e Sedicicorto. Questo cortometraggio è legato a doppio filo con il doc L’isola dei sordobimbi del 2009. Entrambi sono stati co-prodotti con PopCult Docs di Giusi Santoro e diretti da Stefano Cattini, cioè io. Queste produzioni mi hanno portato a fondare Doruntina Film.

Chi è Doruntina? 

Nella pagina di presentazione del sito, definisco Doruntina come una bambina dolce e impertinente che ama la vita e non teme le sfide; che si si nutre di storie appassionanti ed empatia. Sono fortemente attratto dal documentario narrativo, basato su personaggi, per quanto possibile, forti. Doruntina è un nome di bambina, ed è legato a una leggenda conosciuta soprattutto nei paesi balcanici.

I lavori più importanti prodotti finora?

Poter essere premiati a un festival non è certo banale, né mai prevedibile. Spesso già la selezione è un importante riconoscimento, come la riuscita di un bando di finanziamento o una vendita televisiva. L’isola dei sordobimbi è entrato nella cinquina del David di Donatello, poi è stato premiato ad Annecy e a Teheran; ha avuto numerose selezioni, ma anche inviti informali davvero interessanti, come quello dell’Università di Tartu in Estonia e dell’Università di Newtown in Pennsylvania.

L’ora blu è stato finalista del Premio Corso Salani, poi premiato al Festival dei Popoli di Firenze, un festival che stimo enormemente. Anche Aishiteru My Love ha partecipato al Festival dei Popoli oltre che al Trieste Film Festival, all’Euganea Film Festival e diversi altri. Pur essendo un film del 2013 è stato premiato anche a dicembre 2016 come miglior documentario al Social Plus Festival, e selezionato nel 2017 al festival Youngabout di Bologna. Un film sugli adolescenti che sembra mantenere intatto il suo potenziale. 

Quali sono le caratteristiche che un progetto deve possedere per scaturire il vostro interesse produttivo? 

Siamo una realtà davvero molto piccola; una società individuale che si avvale di collaboratori esterni che variano in base ai progetti. Per questo possiamo seguire ben pochi progetti creativi, non più di uno all’anno. Oltretutto è davvero difficile reperire le risorse per finanziare un documentario in Italia. Se dobbiamo comunque parlare di criteri, citerei sicuramente la concretezza dell’idea, la sua forza narrativa e le potenzialità di finanziamento dell’intero progetto.

Il ruolo del documentario nella vostra attività di produzione?

Dal punto di vista emotivo un ruolo molto importante. È attraverso di loro che si respira il cinema, si vivono grandi esperienze e si nutre il proprio idealismo. Senza i lavori commerciali però non saremmo in grado di sopravvivere, anzi, sono questi ultimi che rappresentano il nostro vero lavoro, benché la passione ci porti a spendere la maggior parte delle nostre energie proprio sui documentari. 

I documentari costano parecchio, in termini di tempo, e di costi vivi. È difficile portare a termine progetti mantenendo integri i margini di profitto. Ovviamente mi riferisco ai documentari di creazione, pensati per i festival e la sala; quelli commissionati, per me rientrano nella categoria dei lavori commerciali, anche se, dal punto di vista della forma possono essere documentari.

Cosa significa oggi essere produttori indipendenti?

Non credo che noi possiamo definirci tali, il produttore indipendente frequenta costantemente festival e mercati internazionali. Instaura relazioni con televisioni, lavora per guadagnarsi la fiducia di un rapporto diretto con le stesse. Sviluppa relazioni con altri produttori per aumentare le possibilità di reperire finanziamenti, pur rendendo così il gioco molto più costoso e complicato. Prova ad aprirsi a nuovi mercati, come quello di Netflix e altri, sempre in cambiamento. Insomma, è un mestiere estremamente complesso che noi non siamo in grado di gestire. Per questo, per esempio, il progetto più importante che sto portando avanti come regista e che coinvolge, tra gli altri Rai Cinema e Medià, non è un progetto Doruntina Film, ma una coproduzione tra Sonne Film di Bologna e Mosaic Film di Londra.

Qual è il vostro legame con il territorio emiliano-romagnolo?

Un legame molto importante. È il mondo in cui viviamo e quindi quello che possiamo raccontare meglio, perché lo possiamo interrogare più a fondo e più a lungo. Ciò non significa che sia più facile. Anzi. È soprattutto in Emilia-Romagna che troviamo partner con cui collaborare. Siamo stati co-produttori di Sonne Film, sul progetto La Terra dei Motori, recentemente passato al Biografilm e poi su Doc3 (Rai3). Una novità molto interessante, è sicuramente il trasferimento della sede presso il nuovo Distretto del Cinema di Parma, dove oltre a spazi di lavoro e ad attrezzature professionali, si trovano spazi in cui l’Università di Parma offre, assieme alla Cineteca di Bologna, un master di specializzazione in Cinema Sperimentale e Documentario, col quale ho il piacere di collaborare. Del distretto fa parte anche il Cinema Edison. È un luogo in cui potranno succedere cose molto interessanti in futuro.

I progetti in cantiere per il prossimo futuro? 

Il progetto più importante e ambizioso è la produzione del primo lungometraggio di Francesco Vecchi, un bravissimo animatore che esce dal Centro Sperimentale e che da alcuni anni lavora a Parigi e gira il mondo dei festival con i suoi cortometraggi. Si tratta di una storia fortemente emiliano-romagnola, basata sul romanzo di uno dei nostri più importanti scrittori. Per farlo dovremo riuscire a collaborare con case di produzione più strutturate della nostra, quasi sicuramente francesi.

Luisa Djabali – Web writer freelance