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Consigli di un filmaker autarchico

La mia esperienza potrà risultare poco avvincente. Non ho dovuto attraversare giungle inesplorate, deserti assolati, correre tra le esplosioni di una città in guerra o addentrarmi nei meandri di quartieri malfamati con la mia fidata fotocamera sulle spalle.
Niente di tutto ciò.
Ho solo dovuto fare alcune ricerche su internet comodamente seduto sulla mia sedia, prenotare online i biglietti del treno per Roma e trascinare un borsone pieno di attrezzature per realizzare le interviste. Il resto delle riprese le ho effettuate nella città dove abito.
Non ho dovuto affrontare le difficoltà di gestire una troupe, dato che la troupe era composta da me e da un’altra persona, e nemmeno ho dovuto discutere col produttore esecutivo per le mie scelte di regia, dato che il produttore ero io. Grazie alla mia liquidazione e al mio fondo pensione. Non ho avuto problemi con la post produzione, perché lo studio di registrazione audio si trova a circa venti chilometri da casa mia, e per il montaggio non ho dovuto neanche infilarmi le scarpe: ho fatto tutto a casa. Vi avevo avvertiti che sarebbe stato poco avvincente ma, per spiegare ciò che ritengo importante, rischierò anche di apparire poco professionale.
Il progetto è continuato così, senza nessun colpo di scena, nessuna avventura o aneddoto. A meno che non si considerino avventurose due ore d’attesa per poter entrare in RAI e ottenere una firma su un permesso. Ma anche questo fa parte del lavoro.
Dopo lunghe tribolazioni il film era finito, montato e pronto per essere visto, ma qui sono cominciati i veri problemi. Chi avrebbe voluto vedere il mio film? Chi avrebbe fatto la promozione? E l’ufficio stampa? I social e il sito? La risposta era una sola: io.
Nella realizzazione di un documentario il lavoro non termina con le riprese. Nemmeno con il montaggio. Il lavoro più grande e faticoso è stato, per me, la gestione della promozione e della distribuzione. Bisogna contattare i critici per avere le recensioni, trovare qualcuno che si occupi dell’ufficio stampa, gestire i social, creare e gestire un sito senza avere alcuna esperienza pregressa.
Avrei voluto attraversare una giungla misteriosa o un deserto infuocato, correre nel mezzo di una battaglia o sfidare la sorte in vicoli oscuri col mia fotocamera piuttosto che scrivere centinaia e centinaia di mail, diventare esperto di facebook, di crowdfunding e di web. È un aspetto che avevo assolutamente sottovalutato, nella mia ingenuità di sedicente artista autarchico.
Ma il momento peggiore è stato affrontare il pitching (presentazione del proprio progetto davanti una platea di possibili investitori, NDR), un vero è proprio mercato del pesce dove la propria opera, frutto di sogni, idee, ideali, fatica e speranze, deve essere venduta un tanto al chilo o al fotogramma, se preferite al miglior offerente: questo è un lavoro per venditori ‘seriali’, ma di quelli bravi, quelli che riuscirebbero a vendere ghiaccio agli Eschimesi o sabbia ai Tuareg.
Ho imparato tanto da questa esperienza ma, se mi fosse concesso di dare un solo consiglio a chi per la prima volta si approccia a questo mondo, direi questo: prima di pensare o sognare o ideare una qualsiasi opera, pianificate con attenzione la parte burocratica che verrà dopo la realizzazione del film e, se pensate di fare tutto da soli, dedicategli la maggior parte del budget; perché le energie per realizzare il proprio sogno o la propria visione si trovano, a qualsiasi costo. Ma quando pensate di essere arrivati in cima alla vetta, ecco che, tra le nebbie che si dissipano, spunta la montagna più alta che abbiate mai visto.

Luca Gorreri – regista