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I clowns, l’ironica malinconia di Federico Fellini

La lunga carriera di Federico Fellini è contraddistinta da numerosi successi cinematografici che lo hanno reso un regista di fama mondiale, pluripremiato e dalla firma inconfondibile. Il regista riminese ha esplorato il cinema da molti punti di vista, dalla sceneggiatura alla recitazione, passando per la scenografia, i costumi e la produzione. In questo viaggio a tutto tondo nella macchina del cinema ha valicato il muro dei generi per approdare al documentario, tenendo salde le peculiarità del suo universo cinematografico che ruota intorno alla rievocazione, al sogno, seppur con note malinconiche e a tratti ironiche, e al mondo popolare.

Fulgido esempio della poetica felliniana è I Clowns, distribuito nel 1970 per la televisione, e andato in onda in prima serata sul secondo canale della Rai, che rappresenta quasi una sorta di sfida a un mondo, quello della tv, visto come un mezzo di espressione incapace di riportare un’impronta autoriale. Il regista riteneva infatti che l’unico documentario realizzabile fosse un documentario su se stessi, poiché l’unico vero realista è il visionario. Il film venne presentato nello stesso anno al festival del Cinema di Venezia e l’anno successivo, nel 1971, vinse il premio speciale Rai TV Leone al David di Donatello.

Con Clowns si realizza in maniera concreta il tema circense, di forte ispirazione per il suo lavoro, visibile anche da suoi precedenti lungometraggi come Luci del varietà, La Strada e 8 ½.

In questo caso l’opera documentaria oscilla tra il reale e l’immaginifico, veicola in maniera ridondante ogni aspetto clownesco, da quello del pagliaccio della ribalta sino alla goffaggine dei personaggi della troupe, nonché del regista stesso.

La pellicola è composta da tre parti. La prima attraversa il ricordo di un Federico bambino che vede il circo per la prima volta. Gli occhi del fanciullo si posano sugli attori dello spettacolo ed egli assiste alle esibizioni di un elefante, alla corsa intorno alla pista di eleganti cavalli, alle prodezze di un domatore e ai clowns con quei visi mascherati di bianco, enormi bocche e nasi rossi. Questi ultimi sono mostri come quelli che vivono nei ricordi di una Rimini degli anni venti, goffi e bizzarri, come la monaca nana, un pazzo che crede di essere in guerra e una serie di personaggi come vagabondi, storpi e ubriaconi. Simpatica è la figura di un capostazione, anch’egli dalle movenze clownesche, canzonato da alcuni ragazzi affacciati ai finestrini di un treno in partenza.

La seconda parte vuole essere quella più documentaristica.

In questa sezione l’attività d’inchiesta viene totalmente stravolta rispetto a quella canonica della televisione del tempo assumendo un carattere caricaturale; e infatti la troupe, confusionaria e goffa, composta da Maya Morin segretaria, Lina Alberti sarta e madre del fonico, Alvaro Vitali fonico e Gasparino il macchinista, segue Fellini nella sua ricerca.

Visitano il circo di Liana Orfei assistendo a delle esibizioni; Fellini intrattiene delle conversazioni con alcuni clowns per carpire i segreti del mestiere, condivide la vita della gente del circo, siede alla loro tavola e raccoglie i racconti che parlano di alcuni famosi artisti che hanno segnato la storia del circo. Tra questi spicca la figura di Auguste, stalliere goffo e ridicolo, entrato per sbaglio nell’arena perché inseguito da un mulo e che di questo episodio ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia.

A Parigi, accompagnato da Tristan Rémy, Fellini intercetta alcuni ex clowns ormai anziani che avevano reso celebre l’arte circense francese. Sono storie che trasudano malinconia ma anche  tanta magnificenza, come quella dei tre celebri Fratellini che si esibivano in manicomi, orfanotrofi  e ospedali militari.

La terza e ultima parte si chiude con un imponente spettacolo che celebra un comico funerale in onore del clown Fischietto e si ricollega ad una domanda che Federico pone a se stesso durante le riprese: se il Clown, inteso come figura, sia morto.

Alla fine di questo documentario si intuisce come l’intento sia stato mosso da un intimo bisogno dell’autore di rievocare l’infanzia, di guardare con nostalgia a un mondo che fu e che non potrà essere più magico come prima. L’aver attraversato questo mondo con un tono confidenziale, carezzandolo dolcemente, lega la malinconia alla potenza magnetica dell’immaginazione. Quella stessa che ha reso questo documentario una nota autoriale di notevole spessore, che non può fare altro che confermarci quanto grande sia stata l’arte del maestro Federico Fellini.

Federica Paradiso – Web writer