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The last year before the games

Era il 2010 e mi ero da poco trasferito a Londra. Un pomeriggio di autunno, camminando lungo il Regent’s Canal, nel quartiere di Islington Angel, entrai in contatto con una realtà sociale, abitativa e urbana completamente nuova. Questo dedalo di vie d’acqua, compenetrate alla grande trama metropolitana, antichi passaggi industriali parzialmente abbandonati e parzialmente riconvertiti, si manifestavano ai miei occhi come un modo diverso di vivere nel cuore di una città così caotica, così pressante, un modo diverso di percepire Londra. In questo luogo ho avuto un’epifania.

Ho sognato la storia di un uomo che avrebbe perduto la sua abitazione a causa di un evento esterno, un fatto che in quel momento ancora non era chiaro nella mia mente; un uomo costretto a trasferire la propria vita su una delle barche di questo canale.

Qualche mese più tardi, completato il trasferimento fisico e iniziato quello emotivo, iniziai a consolidare l’idea di realizzare un documentario sull’impatto dei giochi olimpici.

Il documentario avrebbe seguito l’ultimo anno prima dello svolgersi del grande evento. Questo fu il primo sottotitolo: the last year before the games. Studiando la storia urbana londinese mi imbattei presto nello scrittore, intellettuale e artista Iain Sinclair, conosciuto grazie al consiglio di un’amica siciliana che mi suggerì di leggere il suo libro Hackney that rose-red empire (Hamilton Hamish, 2008), parlando una domenica vicino al cinema Rio Dalston. Cercai di incontrarlo e ci riuscii, il mese successivo, in un pub di Haggerston. Questo incontro si rivelò fondamentale per lo sviluppo della drammaturgia del film. Sinclair mi consigliò di mettermi in contatto con Mike Wells, reporter e attivista, la persona giusta per conoscere da vicino quello che stavo cercando. Nel 2007, la cooperative house nella quale Mike abitava venne demolita a causa della costruzione del parco olimpico. Mike venne rimborsato, insieme a un gruppo di altre persone, e decise di acquistare una piccola imbarcazione fluviale, Willow, e vivere nella Lea Valley, riserva naturale, polmone alternativo dell’Est londinese. Mike Wells era la persona che avevo sognato. Le fasi di avvicinamento tra il mio percorso e quello di Mike, nei mesi seguenti, continuarono a spingersi sempre più lontano. Iniziammo a condividere delle vere derive urbane per esplorare queste lande dimenticate e post industriali nelle periferie intorno al grande cantiere olimpico, perimetrando letteralmente la zona, come dei segugi a caccia di storie. Con il tempo questa operazione di perimetrazione si trasformò in una metodologia sempre più precisa. Tutto quello che abbiamo trovato durante quei sette mesi di vita, incontri, scoperte ha prodotto la linfa che costituisce il film. Era la mia prima esperienza di lungometraggio. Varie piste si presentavano e si incrociavano nel tentativo di costruire questo racconto. Ricordo uno dei feticci di Mike, una pianta infestante giapponese che lui chiamava The Japanese Notweed, la quale avrebbe colonizzato l’intera area fluviale, con il suo fiero portamento imperiale, possibilmente nocivo per le specie autoctone. Oltre a questa deviazione botanica, l’idea centrale era quella di descrivere la fusione di tre energie in un luogo preciso: l’ingresso del parco olimpico dove era prevista la costruzione di un enorme centro commerciale, allora il più grande d’Europa, con il sinistro nome di Westfield. Nello stesso spazio, un piano urbanistico prevedeva la costruzione di una grande moschea e ovviamente del nuovo stadio olimpico, eretto su macerie e scorie nucleari di un piccolo reattore universitario sepolte, dissepolte e infine ricollocate sotto la mole del nuovo sito cerimoniale mondiale.

Questa triplice energia si manifestava in un luogo specifico, tra l’uscita della metropolitana, un affollato capolinea di autobus, l’ingresso di una serie di vecchi centri commerciali, più simili a un bazar mediorientale che a una località britannica. Predicatori di vari culti intenti al proselitismo conferivano l’aura misteriosa e ineffabile di luogo mistico a questo angolo di mondo metropolitano. Ho avuto la necessità di raccogliere questa esperienza in altri due film, satelliti del progetto: “Sur les Jeux Olympiques” (21’) e “Respect the Brutal” (7’), entrambi realizzati insieme a Mike Wells, il quale, per questa esperienza di attivismo anti-olimpico, è stato arrestato, alla fine di aprile del 2012, e tenuto in custodia per 8 notti in una prigione di Londra. Ricordo un sabato mattina in cui uscii di casa in bicicletta per andare a una udienza in cui Mike apparve all’interno di una gabbia di vetro, a metà di una serie di piccoli malviventi, prostitute e trafficanti di droga. Quel giorno io, insieme a Marie Billegrav e Julian Cheyne aspettammo il verdetto che poteva pregiudicare la vita di Mike.

Tornato in Italia cercai di parlare con un avvocato, Sergio Adamo, per creare uno scandalo sui diritti umani intorno alla costruzione del grande evento, senza ottenere un grande risultato. Il documentario venne presentato alla Pagoda del Lido di Venezia, il 31 agosto 2012, una sera di vento freddo dal mare Adriatico, in cui la tempesta giunse poco dopo la fine della proiezione.

Enrico Masi – regista