A proposito di Rachel, una storia africana

Burkina Faso, Africa Occidentale.
Il racconto del giovane regista Gianpaolo Bigoli dal titolo “Rachel’s HIV Revolution” si apre con i colori rosso cremisi di uno degli innumerevoli tramonti che infiammano le zone di Ouagadougou e le riserve di Nakambe e di Kaboré Tambi, e ci catapulta con rapidità all’interno dello spartano focolare domestico della protagonista che vediamo intenta nel fare un bagnetto al piccolo Ibrahim, suo secondogenito.
In questo scenario all’apparenza desertico e privo di mezzi, segnato dalle precarie condizioni socio–economiche oltre che sanitarie, viene raccontata la storia di Rachel.
Rachel è una donna, moglie, madre determinata e risoluta, contraddistinta da un incalzante ottimismo e capace, pur agendo quasi in totale autonomia e con intraprendenza, di sensibilizzare con azioni di attivismo decine di giovani madri che hanno contratto il virus dell’HIV; madri che nella maggior parte dei casi si sono ritrovate ad esser respinte dai loro stessi mariti, allontanate dai figli che avevano cresciuto da sole durante il primo matrimonio, fino ad esser ribattute dalla loro stessa comunità ritrovandosi senza più un posto in cui vivere.
“Rachel’s HIV Revolution”, presentandoci ritratti di donne dal profilo e destino simile, come Agnes e Alima, ha permesso a noi spettatori, anche grazie al lavoro di sottrazione e limatura effettuato dal regista e dalla sceneggiatrice Mariachiara Illica Magrini, di avvicinarci alla cultura Burkinabè e alle associazioni e strutture ospedaliere che da anni si occupano della spinosa ed importante questione.
Sedute di gruppo in polverosi ed approssimati capanni di periferia, donne che con in braccio il proprio figlio ancora lattante ascoltano e partecipano, inizialmente con vergogna e timore, ma in seguito incuriosite e spronate a rispondere sulle principali regole di prevenzione e/o di contagio.

Gli autori con estrema sensibilità descrivono l’intimità del nucleo familiare della protagonista, alle volte madre, alle volte colorata e sorridente attivista e portavoce di un movimento che alla luce del tangibile e forte coinvolgimento, dimostrando ancora quanto lavoro ci sia da fare.
Siamo seduti assieme alle stesse donne che popolano queste accese discussioni, riusciamo a percepire la loro ansia, la loro paura o insicurezza nel preciso momento in cui si ritrovano a doversi confrontare con una realtà fortemente maschilista e religiosa. Un ambiente sociale in cui le istituzioni, come i mariti, omettono un problema che affligge un’intera comunità ancora fortemente legata a dogmi e principi d’esclusione del diverso o del sofferente. La stessa Rachel, affetta dall’HIV da ventiquattro anni, è stata abbandonata in gioventù dal marito che per timore del contagio le ha sottratto la primogenita.
L’inchiesta, prodotta da Wendy Film e Soul Rebel Films per Al Jazeera English e distribuita da Al Jazeera English, non si perde in fronzoli d’alcun tipo, evitando la spettacolarizzazione di un tema così delicato se non per stacchi e riprese di contorno verso l’ambiente che circonda la narrazione. I volti delle giovani madri, siano questi sorridenti o angosciati, euforici per il progetto o tormentati dall’imposizione del dictat cristiano o islamico, sono i veri protagonisti della testimonianza che, nonostante duri poco meno di mezz’ora, delinea alla perfezione i confini di uno dei problemi che negli ultimi quarant’anni ha incuriosito e allarmato gli animi dei sensibili a riguardo riuscendo, soprattutto, a diminuire le distanze da un continente che per quanto agli antipodi culturalmente e geograficamente, ha molto da spartire con le routine di noi occidentali dall’indole indifferente.

Lorenzo Carlo Tore

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