I migranti dell’Hotel Splendid

Ci sono tre pericoli nel viaggio dal Gambia all’Italia”, racconta Essa, uno dei profughi ospitati all’Hotel Splendid di Cesenatico, in Romagna. Il primo è il deserto del Niger, chilometri e chilometri di spostamenti in un territorio arido e uguale a se stesso; poi si arriva in Libia, dove la terraferma è più pericolosa del mare, preludio alla traversata finale che porterà tutti nella culla di opportunità e libertà. L’Europa è un miraggio, lontano e sfuggevole, che comincia a mostrarsi meno disponibile nei confronti delle ragioni dei migranti, così il nostro Paese, l’Italia, al quale un documentario come Hotel Splendid fa soltanto bene.

Quando si conoscono le storie, quando si smette di vedere i profughi come un insieme anonimo di volti e si comincia a conoscerne i nomi, si compie un passo verso l’empatia. Una tappa necessaria, capire le ragioni che hanno spinto queste persone a lasciare le famiglie, i figli, il luogo d’origine, per attraversare terre e mari, destinazione Europa. L’autenticità delle scene di vita quotidiana, delle conversazioni tra gli ospiti dell’hotel trasformato in centro d’accoglienza, stupiscono quanto i racconti delle situazioni vissute prima di arrivare in Italia. Sono vite che si incrociano nei corridoi, nelle cucine in cui imparano a preparare la pasta fresca, nei saloni dove i migranti frequentano i corsi di italiano, vite che scorrono parallele a quelle delle persone che lavorano con loro e gestiscono l’accoglienza. Ognuno dona all’altro qualcosa, spesso silenziosamente: un sorriso, un gesto, un ricordo, tutto è condividere.

“Realizzare un film in questo luogo – spiega il regista Mauro Bucci – è stato, sotto diversi aspetti, un viaggio personale verso un territorio per me nuovo: la mia prima opera cinematografica e ricerca di campo di lunga durata basata sul metodo etnografico dell’osservazione partecipante ossia vivere per un tempo prolungato assieme a loro, partecipando alle situazioni in cui sono coinvolti, con l’obiettivo di cogliere il loro punto di vista e il significato che le loro azioni hanno in quel determinato contesto.”. Era necessario, inoltre, che gli ospiti si abituassero alla presenza della videocamera: soltanto quando si è raggiunta la fiducia in lui e nel suo mezzo di lavoro, il regista ha potuto cominciare a filmare e intervistare.

Essa, Maman, Adama, Baomar sono alcuni dei migranti ospitati all’Hotel Splendid e intervistati da Bucci nelle tre sezioni del documentario (la prima dedicata ai territori di provenienza, la seconda al deserto del Sahara, la terza al Mediterraneo), che ha vinto nei giorni scorsi il Golden Heart of Slavonia, primo premio dell’Ethno Film Festival di Đakovo, in Croazia. Il regista sottolinea anche la necessità di parlare dell’iter burocratico per la richiesta di asilo, che ha un forte impatto emotivo sui migranti; potrebbe, infatti, segnare l’inizio di un percorso che va verso l’integrazione e verso il sogno di poter finalmente lavorare in Italia o concludersi con il rifiuto della domanda. L’attesa è un ennesimo territorio di confine. Il ritratto complessivo che emerge mette l’accento su ognuno di loro come essere umano, che per sua natura ha il bisogno di comunicare, di creare rapporti e legami con altri. C’è una parola chiave in Hotel Splendid ed è identità: il concetto di migranti come categoria andrebbe abbandonato, lasciando spazio ai singoli, persone con una storia, un vissuto diverso per ognuno e, appunto, una identità, che tutti hanno il bisogno e il diritto di affermare, e che non può e non deve essere confinata o addirittura cancellata da un’etichetta.

Erica Di Cillo – caporedattrice

Share